sabato, 21 novembre 2009

La prima riunione di Icaro al SERT.

E' la mancanza di spazio, la mancanza di movimento,
il tempo caduto in terra che si divincola nell'ultimo spasmo elettrico di elettricità, (e gli pesto la testa che fa croc. un croc sordo che risuona nel suono, vibrando per un eterno sempre-mai).

Tipo che io spalanco le ali spalancate e rotte, tutte bucherellate che non si capisce se sono strappate o mi c'hanno sparato dentro tipo cartello in sardegna,
le ali da Icaro tossico bruciato dai fumi della colla che si scioglieva al sole di colla,

Poi c'è tutta una processione di transeussuali in fiamme, che balenano flebili nel buio delle autostrade illuminando a scatti le luci illuminate a scatti, gli occhi  tristi delle vacche  tristi che vanno al macello e più o meno l'hanno capito,
e poi tutto un precipitare quando sei lì lì per esultare e cambi espressione di colpo, tipo avessi visto il diavolo o la tua faccia nello specchio,

che con le ali spezzate da Hitler a Gesù Cristo eravamo tutti disperati, troncati, martoriati, che gridavamo al cielo ogni notte, fino a spaccarci la gola per poi bruciare tutti sbucciati, rannicchiati come topi su noi stessi, con le ginocchia in bocca,

tutti tutti tutti perdutamente innamorati,
dell'amore.


(O forse di un tuo sorriso, o forse di un tuo sospiro, o forse di quel bacio che mi è caduto in terra e dovrò tornarlo a cercare con la luce del cellulare, sperando non si sia rotto).




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sabato, 21 novembre 2009

La frattura esposta di Dio con le ginocchia sbucciate.

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[Io sono la notte, che aspetta la notte, per poterti leccare dentro]

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La nebbia è un dirigibile di polvere nera, che mi si poggia addosso, per farmi da mantello, che mi si avvolge contro mentre spalanco la bocca per ingoiare le stelle.
 
postato da LeoBulero alle ore 15:23 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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domenica, 15 novembre 2009

CRRRR.

Che poi hanno fatto tanto casino per l'acqua sulla luna e nessuno si è accorto che c'erano fiumi sotterranei di lacrime e amore nel mio cuore, che oramai è esploso,
che ora galleggia tra Venere e Plutone, come un rudere cosmico,

che comunque è immenso.


(E l'universo si è espanso, dentro di te, per contenermi).

 
postato da LeoBulero alle ore 02:36 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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domenica, 15 novembre 2009

Quando la donna cannone ha incrociato un Boing di lacrime.

Perché quando due corpi si avvicinano così tanto da fare sbattere le loro anime smetti di occupare uno spazio e ne occupi due, sei due volte nel mondo, due volte nel tempo, due volte nell'universo quasi volessi prendertelo tutto.
Viene da lì tutta la mancanza, viene da lì quella specie di buco che ti rimane dentro, quel senso di vomito che sta per arrivare ma non arriva mai e si rovescia nell'assenza di un non-conato.
Perché dopo essermi espanso di un'unità dentro di te, ora che non ci sei, il mio  spazio rimane slargato, come se tu lo avessi indossato e allora mi crolla addosso, si affloscia come il tendone di un circo, sull'equilibrista che già pericolante stava azzardando il prossimo passo.



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mercoledì, 11 novembre 2009

Teologia postdigitale.

 Alfredo Vento (Curatore “L’anno che sole nero brillò più del sole”):
Quello che a tutti è sfuggito, quello che è rimasto deviato, offuscato, storto come un ramo d’albero storto, sbagliato, tagliato, spezzato, pendente, trafugato, rubato…è sostanzialmente che Cristo non è sceso sulla terra per salvare l’uomo, Cristo è salito in cielo per sfidare Dio.
postato da LeoBulero alle ore 02:30 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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mercoledì, 04 novembre 2009

Torre di controllo sto perdendo l'aria dentro il serbatoio e gradirei un caffè, e almeno una sigaretta e qualche bacio,


Per respirare.

(E quella volta che Dio ha provato a pesarmi il cuore gli è venuta un'ernia).
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mercoledì, 04 novembre 2009

Manganellata nella nuca e cappuccino.

Ci hanno buttati giù dalle scale e ci siamo spaccati tutta la faccia e noi avevamo gli occhi pieni d'amore, loro i musi da sbirro corrotto che vomitavano coca e manganellate.
Ci siamo tutti spaccati, ci siamo tagliati, abbiamo provato a leccarci le ferite ma ci hanno tagliato la lingua, c'hanno tagliato le dita e non abbiamo più scritto lettere d'amore, le abbiamo sbavate, sul pavimento freddo, e duro e sporco e freddo e allora abbiamo inciso tutte le nostre parole con la saliva e col sangue,
abbiamo sputato denti e baci, abbiamo vomitato amore.
E siamo caduti e poi abbiamo provato a rialzarci e come una scossa elettrica c'hanno colpito alla spina dorsale, e siamo crollati ancora e abbiamo provato a stringerci e abbiamo provato ancora e abbiamo sentito che non eravamo soli, che c'era un'altro corpo caldo come il nostro, che c'erano altri occhi cuciti, un'altra lingua tagliata, che ruzzolava giù e a un certo punto mi sa che ci siamo tipo stretti, ci siamo sfiorati le mani, abbiamo sussurrato parole d'amore muovendo le labbra spaccate su altra carne livida e calda, all'altezza del ventre, sopra l'ombellico, sulle tue cosce, sul tuo culo bollente.

E a un certo c'hanno dato un calcio con gli anfibi e ci hanno spinti di nuovo giù, per un'altra rampa e c'era l'odore del sangue, l'odore spinoso del freddo, i musi taglienti da sbirro corrotto, l'odore di coca fumata, di coca sniffata.

Però c'è stato come un boato, una sorta di tuono d'acciaio e noi abbiamo continuato a cadere ma stavamo intrecciati,
ed eravamo diventati così leggeri che invece di noi ha iniziato a spaccarsi la pietra, a creparsi il cemento,
e ruzzolando giù dalle scale,
io e te insieme invece di spaccarci noi,
abbiamo iniziato a distruggerle.


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mercoledì, 04 novembre 2009

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 Possibile che un uomo sia talmente incazzato da modificare il corso dell'universo?
postato da LeoBulero alle ore 01:25 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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mercoledì, 04 novembre 2009

Quasi tu.

 Torneremo (Ad) Incidere (i nostri nomi, le nostre gambe spezzate, le incrinature delle protesi d'acciaio sugli occhi, nel cielo d'acciao anche quello, che sanguina, che fa sgorgare le stelle, come ferite, dal buio).
Ancora (e ancora) Mossi (come muschi nel mare, come coralli mangiati dal buio, come tentacoli sfiorati dal freddo),
Occhi (gelidi, caduti in terra come smarties, rotti e ricostruiti che hanno fatto una massa sola sciogliendosi nel calore, che sono diventati una roba sola che non si stacca dalle mattonelle, che fa impazzire gli spazzini, che fa sorridere i passanti e i barboni quando cadono in terra la sera con l'ultimo sorso o l'ultimo rantolo di ipotermia,
insieme.)



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giovedì, 29 ottobre 2009

Ho vomitato l'arcobaleno.

Sono schizzato su col vento che mi tagliava la faccia e la notte che era sempre più notte con un odore duro dentro, un odore che mi tagliava anche quello, come se mi entrassero dentro delle spine e comunque ho continuato a salire nel mondo che non era ancora il mondo e sono andato sempre più su sentendo la carne che si strappava tutta come fossi fatto di carta, cadeva giù si consumava nel vento (e quasi speravo ti avrebbe raggiunto, quasi speravo che il mio profumo sarebbe rimasto appiccicato al mondo, a ricordare me, a ricordarmi a te, per sempre).

E poi ancora su e ancora più su e ci sono quasi, ci sono quasi e quando sarò davvero in alto allora mi spalancherò il torace, mi aprirò il petto, mi taglierò il cuore e lascerò sgorgare le stelle, lascerò colare il calore, i colori, butterò la vita sul mondo, accenderò la luna e tutti gli astri, uno per uno e salirò ancora e brucerò e mi consumerò nella notte e rimarrà solo il mio cuore, sbruciacchiato, a ciondolare dal ramo di una stella, dall'antenna di un pianeta lontano, come un satellite di lacrime, nell'universo .


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